YOGA SUTRA e gli otto aṅga dello yoga

Non solo āsana

Quando si parla di Yoga, gli āsana sono spesso il primo riferimento.
La pratica fisica è però solo una parte di una tradizione molto più ampia, che comprende principi etici, lavoro sul respiro, concentrazione e meditazione.

Una delle descrizioni più conosciute di questa tradizione si trova negli Yoga Sūtra, il testo attribuito a Patañjali e generalmente datato, con qualche incertezza, ai primi secoli dell’era comune.

Il testo è suddiviso in quattro pāda, sezioni, e raccoglie 196 sūtra, brevi aforismi dedicati allo Yoga.

Nel secondo pāda, il Sādhana Pāda, dedicato alla pratica, Patañjali presenta gli otto aṅga, gli otto componenti dello Yoga.

È da questa espressione che deriva il termine Aṣṭāṅga Yoga: aṣṭa significa “otto”, mentre aṅga significa “membro”, “parte”, “componente”.

Per questo, l'espressione viene spesso tradotta come “gli otto passi” o “gli otto rami dello Yoga”, anche se il significato letterale è più vicino a “gli otto componenti” o “le otto membra dello Yoga”.

यम नियम आसन प्राणायाम प्रत्याहार धारणा ध्यान समाधयोऽष्टावङ्गानि

yama-niyamāsana-prāṇāyāma-pratyāhāra-dhāraṇā-dhyāna-samādhayo ’ṣṭāv aṅgāni

Yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi sono gli otto aṅga dello yoga.

Yama

Gli yama riguardano il comportamento e il rapporto con gli altri.

Patañjali ne indica cinque:

Ahiṃsā — non violenza
Satya — verità
Asteya — non rubare
Brahmacarya — moderazione, disciplina nell'uso della propria energia
Aparigraha — non accumulare, non appropriarsi, non essere possessivi

Gli yama appartengono alla prima parte del percorso delineato da Patañjali e riguardano il modo in cui ci comportiamo nelle relazioni e nelle diverse situazioni della vita.

Ognuno dei cinque termini ha una storia e un significato più ampio di quello che può emergere da una singola traduzione. Per questo meritano di essere studiati separatamente.

Niyama

I niyama riguardano invece la disciplina personale.

Sono cinque:

Śauca — pulizia, purezza, cura
Santoṣa — contentezza
Tapas — disciplina, impegno
Svādhyāya — studio di sé e dei testi sacri
Īśvara-praṇidhāna — affidamento a Īśvara

Yama e niyama costituiscono insieme i primi due degli otto aṅga.

Nella tradizione dello Yoga non sono separati dalla pratica fisica: costituiscono il quadro etico e personale all'interno del quale la pratica viene sviluppata.

Āsana

È il terzo aṅga e quello che, nella pratica contemporanea, ha assunto maggiore visibilità.

Il termine āsana deriva dalla radice sanscrita ās, “sedere, stare seduto”, e nelle attestazioni più antiche indica principalmente la posizione assunta per la pratica meditativa.

Negli Yoga Sūtra, Patañjali dedica all’āsana soltanto tre sūtra. Nel secondo, II.46, scrive:

स्थिरसुखमासनम् ॥

sthira-sukham āsanam

L’āsana è stabile e confortevole.

Nei due sūtra successivi spiega come questa stabilità possa essere coltivata attraverso la riduzione dello sforzo e la concentrazione sull’infinito.

Non troviamo quindi negli Yoga Sūtra un sistema di āsana paragonabile alla grande varietà di posture che conosciamo oggi. Lo sviluppo delle pratiche corporee proprie dello Haṭha Yoga appartiene a tradizioni successive, la cui trasmissione è avvenuta per secoli sia attraverso l’insegnamento orale che la composizione di testi.

Tra questi, la Haṭha Yoga Pradīpikā, composta probabilmente nel XV secolo e attribuita a Svātmārāma, è uno dei principali testi della tradizione Haṭha Yoga. L’opera raccoglie e descrive diverse pratiche, tra cui āsana, prāṇāyāma, mudrā e bandha.

La pratica fisica contemporanea è quindi il risultato di uno sviluppo lungo e articolato e comprende forme e pratiche che non troviamo descritte negli Yoga Sūtra.

Prāṇāyāma

Il quarto aṅga è il prāṇāyāma.

Patañjali ne parla nel secondo capitolo degli Yoga Sūtra, dopo aver introdotto l'āsana.

Il termine è composto da prāṇa āyāma. La traduzione è discussa: può indicare l'estensione, la regolazione o il controllo del respiro e del prāṇa.

Patañjali descrive il prāṇāyāma in relazione al respiro e ne distingue diverse caratteristiche, tra cui durata, spazio e numero. Nei sūtra successivi ne collega la pratica alla preparazione della mente alla concentrazione.

Il respiro entra così nel percorso dello Yoga come oggetto specifico di pratica, non soltanto come accompagnamento degli asana.

Pratyāhāra

Il quinto aṅga è pratyāhāra.

Nel II.54 descrive i sensi come se, non essendo più rivolti verso i loro rispettivi oggetti, seguissero la natura della mente.

स्वविषयासंप्रयोगे चित्तस्वरूपानुकार इवेन्द्रियाणां प्रत्याहारः

sva-viṣayāsaṃprayoge citta-svarūpānukāra ivendriyāṇāṃ pratyāhāraḥ

Il pratyāhāra è come se i sensi imitassero la natura della mente, quando non sono più in contatto con i loro rispettivi oggetti.

Non si tratta quindi di eliminare le percezioni o di isolarsi dall'ambiente esterno. Il punto è piuttosto il rapporto tra ciò che viene percepito e la mente: i sensi non determinano più automaticamente la direzione dell'attenzione.

Dopo yama, niyama, āsana e prāṇāyāma, che coinvolgono rispettivamente il comportamento, la disciplina personale, il corpo e il respiro, con pratyāhāra l'attenzione si orienta progressivamente verso l'attività mentale.

I tre elementi successivi — dhāraṇā, dhyāna e samādhi — riguardano infatti direttamente la concentrazione, la meditazione e l'assorbimento meditativo.

Dhāraṇā

Dhāraṇā significa concentrazione.

La parola deriva dalla radice sanscrita dhṛ, “tenere”, “sostenere”.

Patañjali la definisce nel terzo capitolo degli Yoga Sūtra:

देशबन्धश्चित्तस्य धारणा ॥

deśa-bandhaś cittasya dhāraṇā

Dhāraṇā è il fissare la mente in un determinato luogo.

L'attenzione viene quindi orientata verso un riferimento preciso, invece di passare continuamente da un contenuto all'altro.

Patañjali non indica qui una tecnica meditativa specifica, né stabilisce che la concentrazione debba essere praticata attraverso un particolare oggetto.

Nella pratica meditativa, questo riferimento può essere diverso a seconda della tradizione e della tecnica utilizzata: può essere un punto del corpo, il respiro, un'immagine, un suono, un mantra o uno yantra. Anche le visualizzazioni possono svolgere questa funzione, offrendo alla mente un contenuto preciso verso cui orientarsi.

Pratiche di questo tipo compaiono in testi e tradizioni sviluppatisi nel corso dei secoli successivi agli Yoga Sūtra. Le Yoga Upaniṣad, ad esempio, approfondiscono diverse forme di meditazione e concentrazione, mentre nella tradizione dello Haṭha Yoga il repertorio delle pratiche meditative si amplia ulteriormente.

È quindi utile distinguere ciò che troviamo direttamente negli Yoga Sūtra dalle elaborazioni successive della tradizione:
Patañjali definisce
dhāraṇā come concentrazione, mentre le diverse tecniche e gli oggetti utilizzati per sostenerla appartengono a un patrimonio più ampio di pratiche sviluppatosi nel tempo.

Dhyāna

Il settimo aṅga è dhyāna, generalmente tradotto come meditazione.

Nel terzo capitolo degli Yoga Sūtra, Patañjali lo descrive come la continuità dell'attenzione verso l'oggetto scelto.

तत्र प्रत्ययैकतानता ध्यानम्

tatra pratyayaikatānatā dhyānam

Lì, la continuità dell’attenzione verso un unico oggetto è dhyāna.

La parola dhyāna deriva dalla radice sanscrita dhyai, «contemplare», «meditare», «rivolgere il pensiero verso».

Dhāraṇā e dhyāna non sono due pratiche completamente separate, ma due momenti della stessa dinamica.

Mentre in dhāraṇā, la mente viene orientata su un riferimento determinato, in dhyāna, l’attenzione diventa continua: invece di dover essere continuamente riportata all’oggetto, mantiene con esso una relazione più stabile e ininterrotta.

Il passaggio da dhāraṇā a dhyāna riguarda quindi la continuità dell'attenzione e il modo in cui la mente si mantiene in relazione con il proprio oggetto. 

Samādhi

L'ultimo degli otto aṅga è samādhi.

Il termine viene tradotto in modi diversi — assorbimento, raccoglimento, concentrazione profonda — perché non esiste una singola parola italiana capace di restituirne tutti i significati.

Negli Yoga Sūtra, samādhi indica una condizione nella quale la mente è profondamente assorbita nell'oggetto della meditazione.

Patañjali descrive dhāraṇā, dhyāna e samādhi come una progressione strettamente collegata, che nel suo insieme chiama saṃyama.

Dhāraṇā, la concentrazione su un oggetto determinato
Dhyāna, la continuità dell’attenzione verso quell’oggetto.
In samādhi, il rapporto abituale tra la mente e l’oggetto della meditazione cambia: l’oggetto emerge in primo piano, mentre la consapevolezza della normale attività mentale si attenua.
Non si tratta quindi semplicemente di «concentrarsi di più», ma di una particolare trasformazione del rapporto tra mente e oggetto della meditazione.

Un percorso che non si esaurisce negli asana

Gli otto aṅga non sono dunque un elenco di pratiche diverse, ma una struttura attraverso cui Patañjali descrive diversi ambiti della disciplina dello Yoga: dai principi che riguardano il comportamento e la disciplina personale, passando attraverso corpo, respiro e sensi, fino alla concentrazione e alla meditazione.

Gli Yoga Sūtra mostrano così una concezione dello Yoga molto più ampia di quella, oggi diffusa, che lo identifica principalmente con la pratica delle posture.

Gli āsana sono una parte del percorso, non il percorso nella sua interezza: offrono un’esperienza concreta, attraverso cui possiamo sviluppare ascolto, attenzione e consapevolezza, ma acquistano pienamente il loro significato quando vengono considerati nel contesto più ampio della tradizione di cui fanno parte.