RESTORATIVE YOGA - Quando fermarsi diventa una pratica
Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere disponibili.
Rispondere, decidere, produrre, informarci, spostarci da un'attività all'altra senza tregua.
Anche quando ci fermiamo, spesso la mente continua a correre: ripercorre ciò che è accaduto, anticipa ciò che accadrà, organizza, programma, reagisce.
Questo movimento continuo crea una sorta di ronzio che può rendere difficile ascoltare ciò che accade dentro di noi e ciò di cui abbiamo davvero bisogno.
Il Restorative Yoga propone un'esperienza molto semplice e, proprio per questo, non facile: fermarsi.
Non come fuga dalla realtà, ma come possibilità di interrompere temporaneamente la continua risposta agli stimoli e tornare in contatto con la propria esperienza.
Un corpo sostenuto
Nel Restorative Yoga le posture vengono mantenute a lungo e il corpo viene sostenuto attraverso l'ausilio dei props: bolster, coperte, blocchi, cinghie e altri supporti.
I supporti non servono soltanto a rendere una posizione più comoda. Permettono di ridurre, quando possibile, il lavoro necessario a mantenere l'asana e di trovare una configurazione nella quale il corpo possa rimanere stabile riducendo, quando possibile, la necessità di un continuo intervento muscolare e attentivo.
Questo modifica anche il modo di intendere l'asana.
Non cerchiamo la massima ampiezza, l'intensità o una forma ideale, ma cerchiamo una relazione equilibrata tra sostegno, stabilità e agio: una prospettiva che trova riferimento nello Yoga Sūtra 2.46 di Patañjali.
स्थिरसुखमासनम्
Sthira-sukham āsanam
Asana è ciò che è stabile e confortevole.
Nel Restorative questa indicazione diventa particolarmente concreta: il sostegno permette al corpo di sperimentare la stabilità senza affidarla allo sforzo muscolare.
L'immobilità
Una volta trovata la posizione, arriva ciò che forse distingue maggiormente questa pratica: rimanere.
L'immobilità prolungata rende evidente quanto siamo abituati a reagire continuamente a ciò che percepiamo. Basta un piccolo disagio o un pensiero intrusivo e la voglia di cambiare posizione diventa una risposta immediata.
Il Restorative ci dà la possibilità di osservare quella risposta prima di scegliere se seguirla:
Una sensazione può modificarsi. Un pensiero può passare. Il respiro può cambiare senza essere guidato.
L'immobilità non elimina l'esperienza: può renderla più evidente e metterci in condizioni di osservarla.
Ed è qui che la pratica fisica può diventare anche pratica di contemplazione.
Dall'asana al raccoglimento
Nella tradizione dello yoga, la progressiva capacità di non essere continuamente trascinati dagli stimoli trova un riferimento nel pratyāhāra, il raccoglimento dei sensi.
Non significa smettere di percepire. Significa modificare il rapporto con ciò che percepiamo: non tutto ciò che appare alla mente deve necessariamente essere seguito.
L'immobilità può creare condizioni favorevoli a questo processo. Un corpo sufficientemente stabile e sostenuto richiede meno intervento motorio e può lasciare maggiore spazio all'osservazione.
Questo non significa che stare immobili equivalga a meditare perché la meditazione richiede un diverso livello di attenzione e non dipende semplicemente dall'assenza di movimento.
Ma la stabilità del corpo può essere una condizione preziosa per avvicinarsi al raccoglimento, alla concentrazione e, per chi lo pratica, alla meditazione.
Il punto non è ottenere una mente vuota, ma accorgersi di quanto spesso la mente ci porta altrove e sperimentare, anche per pochi minuti, la possibilità di non seguirla automaticamente.
Ipañca māyā kośa: una mappa dell'esperienza
Lo yoga offre anche un modo particolare di considerare l'essere umano attraverso i pañca māyā kośa, i cinque involucri descritti nella Taittirīya Upaniṣad: annamaya, prāṇamaya, manomaya, vijñānamaya e ānandamaya.
I pañca māyā kośa non sono cinque strutture anatomiche né cinque sistemi che la scienza abbia individuato nel corpo: sono una mappa filosofica attraverso cui la tradizione descrive diverse dimensioni dell'esperienza.
Nel Restorative possiamo utilizzare questa mappa per osservare come la pratica non riguardi soltanto il corpo.
Partiamo da annamaya kośa, il corpo materiale: il peso, il contatto con il supporto, la posizione, le sensazioni.
Attraverso il respiro possiamo rivolgere l'attenzione a prāṇamaya kośa, la dimensione del prāna, inteso nella tradizione yogica come principio vitale. È importante mantenere distinta questa nozione da quella fisiologica: il prāna appartiene al linguaggio e alla visione dello yoga, non è un equivalente dei sistemi anatomici o nervosi descritti dalla scienza.
Poi incontriamo manomaya kośa, la dimensione della mente, delle percezioni e delle emozioni.
La possibilità di osservare ciò che accade senza reagire immediatamente apre una prospettiva diversa: possiamo fare esperienza di un pensiero senza doverlo necessariamente trasformare in un'azione, di un'emozione senza doverla immediatamente assecondare o respingere.
Vijñānamaya kośa richiama allora la dimensione della conoscenza e del discernimento: la possibilità di osservare con maggiore chiarezza ciò che accade e distinguere, per esempio, tra una sensazione e la storia che la mente costruisce intorno a quella sensazione.
Ānandamaya kośa, infine, appartiene alla dimensione più profonda dell'essere. Non è corretto tradurlo semplicemente come “felicità" o "pace dei sensi" né considerarlo un effetto che il Restorative dovrebbe produrre. Ma sicuramente in una condizione di quiete mentale siamo più propensi a percepire gli aspetti più profondi della nostra esistenza.
Anche se i pañca māyā kośa non forniscono una spiegazione scientifica della pratica o del corpo, possono essere considerati una mappa per ampliare lo sguardo sull'esperienza della pratica.
🔎 Per approfondimenti clicca qui
Riposo e resilienza
Siamo spesso portati a considerare resiliente chi riesce a sopportare molto, a continuare nonostante la fatica, ad adattarsi senza fermarsi.
Ma la resilienza è un processo più complesso che comprende la capacità di adattarsi alle difficoltà e di recuperare nel tempo.
In questo senso, il recupero non è l'opposto della forza, ma fa parte della possibilità di continuare a vivere, agire e scegliere senza consumare continuamente le proprie risorse.
La ricerca contemporanea sullo yoga offre indicazioni interessanti rispetto alla riduzione dello stress percepito e al benessere, ma gli studi comprendono pratiche molto diverse tra loro e la qualità delle evidenze non è sempre elevata. Per questo è più corretto parlare di una pratica che può sostenere processi di consapevolezza e recupero, piuttosto che attribuirle effetti terapeutici certi:
Il Restorative non promette di risolvere lo stress della vita quotidiana, ma fornisce gli strumenti per imparare a riconoscere quando siamo dentro quel movimento incessante che ci consuma e a sperimentare, concretamente, che possiamo interromperlo.
Ritornare a sé
Il Restorative ci ricorda che non tutto ciò che pensiamo deve essere seguito, che non tutto ciò che sentiamo richiede una risposta immediata e che fermarsi non significa necessariamente sottrarsi alle responsabilità della vita, al contrario, significa tornare abbastanza vicini a noi stessi da poterla incontrare con maggiore chiarezza.
Il riposo, allora, non è soltanto una pausa dal fare. Può diventare uno spazio nel quale tornare in contatto con le proprie risorse.
Ho sempre avuto una certa irrequietezza, una naturale tendenza al movimento, al fare, al pensare e per molto tempo l’ho considerata semplicemente parte del mio carattere, senza interrogarmi troppo su quanto potesse influenzare il mio modo di stare nelle cose. Il Restorative mi ha aiutata a riconoscerla con maggiore chiarezza: quando il corpo è sostenuto e non c’è nulla da fare, diventa più difficile confondere il bisogno di muoversi con la reale necessità di farlo.
Con la pratica costante ho iniziato a conoscere meglio quella parte di me, ed ho gradualmente modificato il mio modo di praticare ed insegnare anche altri stili di yoga.
Dalla tradizione alla pratica
L’uso dei supporti nella pratica degli asana trova un riferimento importante nel lavoro di B.K.S. Iyengar, che ha sviluppato un approccio attento all’allineamento, alla precisione e alla possibilità di adattare le posture alle caratteristiche del praticante. L’impiego di coperte, blocchi, cinghie e altri supporti permette infatti di esplorare gli asana senza fare della forma un obiettivo assoluto.
Su queste basi si è sviluppato anche il lavoro di Judith Hanson Lasater, che ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione del Restorative Yoga contemporaneo. Insegnante di yoga dal 1971, Judith Hanson Lasater ha elaborato una pratica in cui il sostegno del corpo, la permanenza nelle posture e il riposo diventano elementi centrali. Ha dedicato a questa pratica due dei suoi testi più importanti, Relax and Renew e Restore and Rebalance, sviluppando un approccio nel quale anatomia, sostegno, consapevolezza e riposo si incontrano.
Nel mio percorso di formazione ho incontrato questa tradizione attraverso il lavoro della mia insegnante Audrey Favreau, allieva di Judith Hanson Lasater, che ha approfondito il Restorative attraverso la pratica, lo studio del corpo e l'insegnamento. (Tra le sue pubblicazioni: Restorative Yoga - ritrova la calma, gestisci ansia, rabbia, depressione e The Teacher's Guide to Restorative Yoga: 30+ Therapeutic Pose and Sequence Combinations to Calm the Nervous System, Access Deep Rest, and Achieve Hormonal Balance).
Accanto all’Hatha Yoga, pratico personalmente il Restorative perché è una pratica che mi fa stare bene. Ho sempre avuto una certa irrequietezza, una naturale tendenza al movimento, al fare, al pensare e, per molto tempo, l’ho considerata semplicemente parte del mio carattere, senza interrogarmi troppo su quanto potesse influenzare il mio modo di stare nelle cose.
Con la pratica costante ho iniziato a conoscere meglio quella parte di me e, nel tempo, questa esperienza ha modificato anche il mio modo di praticare e di insegnare le altre forme di yoga.
Il Restorative mi ricorda che non tutto ciò che pensiamo deve essere seguito, che non tutto ciò che sentiamo richiede una risposta immediata e che fermarsi non significa necessariamente rinunciare all’azione. A volte significa semplicemente concedersi lo spazio per tornare abbastanza vicini a noi stessi da poter scegliere come agire.