PRANA, NADI E CHAKRA
La parola chakra è entrata nel linguaggio dello yoga contemporaneo. Compare nei libri, nelle lezioni e nelle immagini che rappresentano sette centri colorati disposti lungo il corpo. Dietro questa rappresentazione c’è una storia che attraversa tradizioni filosofiche, pratiche meditative e interpretazioni moderne.
Conoscerla ci aiuta a comprendere da dove provengono i simboli che utilizziamo e come possiamo avvicinarli nella pratica.
Cosa significa chakra?
Il termine sanscrito cakra, comunemente scritto chakra, significa ruota, disco o cerchio.
Nelle tradizioni che descrivono il corpo sottile, i chakra sono centri sui quali portare l’attenzione durante la concentrazione e la meditazione. Vengono rappresentati come ruote o fiori di loto, accompagnati da lettere sanscrite, figure geometriche, colori, mantra e divinità.
Questi dettagli hanno un significato e una funzione nella pratica. Le istruzioni riportate nei testi della tradizione tantrica e yogica guidano a visualizzare una forma, utilizzare un suono o mantenere l’attenzione in un punto. Attraverso il simbolo guidiamo il corpo, il respiro e la mente a fare esperienza di aspetti che altrimenti rimarrebbero astratti e difficili da cogliere.
Le origini nella meditazione
Secondo la tradizione yogica, la conoscenza dei chakra nasce dall’esplorazione interiore. Yogi, ṛṣi (rishi) e saggi sono considerati depositari di una conoscenza maturata attraverso la concentrazione e la meditazione, durante le quali vengono percepiti i centri e i movimenti del prāṇa (prana).
L’origine contemplativa tramandata e la documentazione storica offrono quindi due prospettive da considerare: la prima riguarda il modo in cui la tradizione racconta la conoscenza dei chakra; la seconda ciò che possiamo ricostruire attraverso le testimonianze scritte.
Sul piano storico, le descrizioni di sistemi articolati di chakra si trovano soprattutto nei testi delle tradizioni tantriche indù e buddhiste dell’India medievale. Tra le prime testimonianze troviamo il Brahmayāmala, datato approssimativamente ai secoli VII–VIII, e il Netratantra, della prima metà del IX secolo. Intorno al X secolo, il Kubjikāmatatantra descrive una successione di sei chakra destinata a diventare molto diffusa, mentre il buddhista Hevajratantra presenta un sistema di quattro centri.
Questi testi mostrano come numero, posizione e caratteristiche dei chakra fossero legati alle pratiche e agli insegnamenti delle diverse tradizioni.
Il Tantra comprende tradizioni diverse e in molte di esse il corpo ha un ruolo centrale nella ricerca spirituale: il respiro, il suono, il gesto e la meditazione permettono di esplorare il rapporto tra l’essere umano e la realtà di cui fa parte.
Nelle tradizioni śaiva e śākta, questo rapporto viene spesso espresso attraverso Śiva e Śakti, la coscienza e la sua potenza creatrice. Il corpo partecipa alla stessa realtà che costituisce l’universo e offre la possibilità di conoscerla attraverso la pratica.
Nadi e prana
Per parlare dei chakra occorre considerare anche le nāḍī, i canali sottili attraverso cui, secondo la concezione yogica, si muove il prāṇa, il soffio vitale.
Le nadi formano una rete estesa in tutto il corpo sottile. Molti insegnamenti ne indicano 72.000, mentre altre fonti riportano numeri maggiori: la Śiva Saṃhitā, per esempio, ne descrive 350.000.
Tra questi canali assumono particolare importanza:
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Iḍā, associata al principio lunare.
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Piṅgalā, associata al principio solare.
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Suṣumṇā, il canale centrale, associata all'unione dei due principi.
In una rappresentazione diffusa nello yoga, suṣumṇā segue l’asse centrale del corpo, in corrispondenza della colonna vertebrale. Iḍā e piṅgalā risalgono ai suoi lati con un andamento sinuoso, incontrando il canale centrale in più punti. In questo modello, tali incontri sono associati ai principali chakra.
Chakra e nadi appartengono alla stessa descrizione del corpo sottile. Il loro rapporto è alla base di pratiche che utilizzano il respiro e la concentrazione per lavorare sul movimento del prana.
Il prana e i cinque principali vāyu
Il prāṇa viene descritto attraverso le diverse funzioni che svolge nel corpo.
La tradizione yogica distingue cinque principali vāyu, termine sanscrito che significa “vento” o “soffio”. Chiamati anche pañca prāṇa, i cinque soffi vitali esprimono differenti movimenti e attività della stessa forza vitale.
La parola prana assume quindi due significati: indica il soffio vitale nel suo insieme e, in senso più specifico, uno dei suoi cinque aspetti.
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Prāṇa vāyu è associato soprattutto alla regione del torace e alla funzione respiratoria. Esprime il movimento dell’accogliere e dell’introdurre, attraverso il quale riceviamo ciò che sostiene la vita.
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Apāna vāyu è associato alla parte inferiore dell’addome e alla regione pelvica. Il suo movimento è rivolto verso il basso e verso l’esterno ed è collegato all’eliminazione, alle funzioni riproduttive e al parto.
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Samāna vāyu è associato alla regione dell’ombelico e ai processi di digestione e assimilazione. Il suo movimento raccoglie e concentra verso il centro, sostenendo la trasformazione di ciò che viene introdotto.
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Udāna vāyu è associato soprattutto alla gola e al movimento ascendente. È collegato alla voce, alla parola e alla deglutizione.
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Vyāna vāyu si diffonde in tutto il corpo. È associato alla circolazione e alla distribuzione, mettendo in relazione le diverse parti dell’organismo.
Queste funzioni operano insieme: accogliere, trasformare, distribuire, esprimere ed eliminare sono aspetti complementari dell’attività vitale.
Nella pratica yogica, il respiro e l’attenzione permettono di esplorare questi movimenti, mentre āsana, prāṇāyāma, mudrā e bandha vengono utilizzati, secondo gli insegnamenti, per favorirne l’equilibrio.
I sette chakra più conosciuti
Il sistema oggi più diffuso comprende sette centri, dalla base del corpo alla sommità del capo:
- Mūlādhāra, regione perineale.
- Svādhiṣṭhāna, regione sacrale.
- Maṇipūra, regione dell’ombelico.
- Anāhata, regione del cuore.
- Viśuddha, chiamato anche Viśuddhi, regione della gola.
- Ājñā, interno del capo; spazio tra le sopracciglia come riferimento per la concentrazione.
- Sahasrāra, sommità del capo o al di sopra di essa.
In alcune tradizioni si parla di sei chakra perché Sahasrāra è considerato un centro superiore, che rappresenta il compimento del percorso.
Oltre i sette chakra
Le descrizioni del corpo sottile comprendono anche altri chakra. Ciascun insegnamento porta in primo piano quelli che hanno una funzione nelle proprie pratiche.
Nell’insegnamento di Satyananda hanno un ruolo anche:
- Bindu visarga, nella parte alta e posteriore del capo
- lalanā, nella regione del palato.
Questi sono collegati alle pratiche sul nettare, chiamato amṛta (amrita), e alla khecarī mudrā.
Nel Satyananda Yoga viene inoltre distinta la sede del chakra dal suo kṣetram, un punto di riferimento sulla superficie del corpo utilizzato in alcune pratiche. Per esempio, l’ombelico può essere impiegato come riferimento anteriore per un centro descritto lungo l’asse vertebrale.
Altri sistemi comprendono quattro, nove o più chakra.
La moltitudine delle tradizioni riflette la varietà delle descrizioni e la presenza di pratiche differenti. Le posizioni descritte e i punti sui quali portare l’attenzione possono variare dunque secondo il lignaggio di riferimento.
Chakra e corrispondenze
A seconda delle tradizioni, a ciascun chakra vengono associati delle proprietà, degli elementi, delle forme, dei colori e dei suoni.
La simbologia dei chakra riunisce diversi livelli di significato e per comprenderli è utile distinguere alcuni termini.
Tattva significa principio o categoria della realtà. Nelle descrizioni dei chakra incontriamo in particolare i cinque grandi elementi, i Pañca Mahābhūta: terra, acqua, fuoco, aria e spazio.
I jñānendriya sono le facoltà della percezione, espresse attraverso gli organi di senso: olfatto, gusto, vista, tatto e udito.
I karmendriya sono le facoltà dell’azione: eliminare, riprodursi, muoversi, afferrare e parlare. Le corrispondenze riguardano quindi sia gli organi sia le funzioni che svolgono.
Il bīja mantra, il “mantra seme”, è una sillaba utilizzata nella pratica. Nei primi cinque centri dello schema qui presentato, i bīja mantra sono collegati agli elementi contemplati al loro interno.
Il loto a cui sono associati i chakra, comprende un numero preciso di petali, sui quali vengono collocate lettere sanscrite. Il colore dei petali può essere diverso da quello della figura geometrica centrale, delle lettere o della divinità.
Le devī e i devatā sono forme divine che appartengono alla dimensione spirituale e rituale dell’insegnamento. Possono essere oggetto di visualizzazione, meditazione e culto.
Queste relazioni collegano il corpo del praticante alla concezione del cosmo: percezione, azione, elementi e coscienza vengono esplorati come parti della stessa ricerca.
Le corrispondenze, chakra per chakra
Le corrispondenze elencate di seguito prendono come riferimento Kundalini Tantra di Swami Satyananda Saraswati, integrate, per l’associazione dei vāyu ai chakra, da altri insegnamenti della scuola Satyananda.
Il colore del loto è distinto da quello delle figure geometriche raffigurate al suo interno. In altri testi possono comparire forme divine, colori e descrizioni differenti.
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Mūlādhāra: terra; apāna vāyu; 4 petali; loto rosso intenso; quadrato giallo; naso: olfatto; ano: eliminazione; bīja mantra: Laṃ; Gaṇeśa e Dākinī.
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Svādhiṣṭhāna: acqua; apāna vāyu; 6 petali; loto vermiglio, rosso aranciato; mezzaluna bianca o argentea; lingua: gusto; organi genitali: riproduzione; bīja mantra: Vaṃ; Viṣṇu e Rākinī.
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Maṇipūra: fuoco; samāna vāyu; 10 petali; loto giallo; triangolo rosso con la punta rivolta verso il basso; occhi: vista; piedi: locomozione; bīja mantra: Raṃ; Rudra e Lākinī.
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Anāhata: aria; prāṇa vāyu; 12 petali; loto blu; due triangoli intrecciati, uno rivolto verso l’alto e uno verso il basso; pelle: tatto; mani: afferrare; bīja mantra: Yaṃ; Īśa e Kākinī.
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Viśuddha: spazio; prāṇa vāyu; 16 petali; loto viola; cerchio bianco; orecchie: udito; apparato vocale: parola; bīja mantra: Haṃ; Sadāśiva e Śākinī.
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Ājñā: manas, la mente; udāna vāyu; 2 petali; loto grigio argenteo; triangolo con la punta rivolta verso il basso, contenente un liṅga; mente come facoltà di percezione e di azione; suono di riferimento: Oṃ; Paramaśiva e Hākinī.
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Sahasrāra: oltre gli elementi e le facoltà di percezione e di azione; vyāna vāyu; 1.000 petali, simbolicamente; loto multicolore o rosso; nessun bīja autonomo indicato nello schema di riferimento; Śiva e Śakti.
Le posizioni dei chakra vengono messe in relazione, nell’insegnamento moderno, con alcuni plessi nervosi e ghiandole endocrine. Seguendo le associazioni della scuola Satyananda:
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Mūlādhāra: regione perineale; plesso coccigeo; associato, insieme a Svādhiṣṭhāna, alle funzioni riproduttive.
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Svādhiṣṭhāna: regione sacrale; plesso sacrale; gonadi, ovaie e testicoli.
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Maṇipūra: regione dell’ombelico; plesso solare, o celiaco; ghiandole surrenali.
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Anāhata: regione del cuore; plesso cardiaco; timo.
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Viśuddha: regione della gola; plesso cervicale; tiroide.
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Ājñā: interno del capo, con lo spazio tra le sopracciglia come riferimento per la concentrazione; ghiandola pineale, o epifisi.
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Sahasrāra: sommità del capo o al di sopra di essa; ipofisi, detta anche ghiandola pituitaria.
Queste corrispondenze collegano la descrizione del corpo sottile a riferimenti anatomici, senza stabilire un’identità tra chakra, plessi e ghiandole.
I plessi nervosi e il sistema endocrino
Nell’insegnamento moderno dei chakra troviamo corrispondenze con i principali plessi nervosi e con le ghiandole endocrine. Asana Pranayama Mudra Bandha, di Swami Satyananda Saraswati, presenta queste associazioni insieme alle indicazioni per la pratica e la concentrazione.
Il lavoro corporeo ha effetti che possono essere studiati anche dal punto di vista fisiologico. La ricerca su programmi di yoga comprendenti āsana, tecniche respiratorie e meditazione ha rilevato, in alcuni contesti, cambiamenti nei parametri ormonali.
Uno studio su persone con ipotiroidismo, per esempio, ha osservato una riduzione del TSH rispetto ai valori iniziali nel gruppo che praticava una sequenza di yoga insieme alle cure abituali. Il risultato riguarda quella sequenza e le persone coinvolte nello studio; l’effetto di una singola posizione richiede un’indagine specifica.
Questi risultati contribuiscono alla conoscenza degli effetti dello yoga sul corpo. L’equivalenza tra chakra e strutture anatomiche è una questione distinta, che non viene dimostrata dalla sola osservazione di un cambiamento ormonale.
I chakra nella pratica
La pratica sui chakra coinvolge preparazione corporea, respiro, concentrazione e meditazione. Il lavoro assume forme diverse secondo il percorso seguito.
“Lavorare sui chakra” significa utilizzare le loro corrispondenze come una mappa per orientare la pratica: la posizione nel corpo, gli elementi, i vāyu, le facoltà di percezione e di azione, le forme geometriche e i mantra offrono riferimenti attraverso cui esplorare l’esperienza.
Possiamo portare l’attenzione in una regione del corpo, eseguire asana, osservare il movimento del respiro, visualizzare una forma o ripetere un suono. Le corrispondenze diventano così strumenti di pratica: : ogni riferimento può essere utilizzato per approfondire l’ascolto del corpo, la consapevolezza del respiro e la concentrazione.