Il "ritiro dei sensi"
Pratyāhāra viene generalmente tradotto come «ritiro dei sensi», un’espressione che può far pensare alla necessità di escludere gli stimoli o separarsi dall’ambiente.
Ma cosa significa ritirare i sensi, se è proprio attraverso di essi che entriamo in relazione con il mondo?
Nello yoga, questa parola descrive un cambiamento nel rapporto tra i sensi, i loro oggetti e la mente. Comprenderla ci aiuta a esplorare il raccoglimento e il suo ruolo nella pratica.
Dopo aver descritto il lavoro sul corpo (āsana) e sul respiro (prāṇāyāma), nello Yoga Sūtra II.54, Patañjali descrive pratyāhāra, una condizione nella quale i sensi si disgiungono dai propri oggetti e seguono, per così dire, la condizione della mente.
Per avvicinarci a questo principio, possiamo partire da una domanda concreta: possiamo percepire qualcosa senza doverlo necessariamente seguire?
Quando l’attenzione smette di essere dispersa
Se osserviamo attentamente la nostra esperienza quotidiana, gran parte della fatica mentale non deriva dagli stimoli in sé, ma dalla loro continuità e frammentazione.
Notifiche, richieste, pensieri, transizioni rapide tra compiti: tutto contribuisce a mantenere l’attenzione vigile ininterrottamente e a reagire prontamente spesso senza darsi il tempo di ragionare.
In questo stato, il sistema nervoso tende a rimanere in una forma di “prontezza” continua: il famoso stato definito "fight or flight".
Pratyāhāra, invece, descrive la possibilità di invertire questa direzione: non eliminare gli stimoli, ma non essere costantemente determinati e trascinati da essi.
Non parliamo quindi di isolamento, ma di riduzione della reattività automatica agli stimoli esterni.
Dalla parola alla pratica
Riuscire ad entrare in una condizione di raccoglimento non è semplice, perché rivolgersi all’interno non significa necessariamente essere indifferenti agli stimoli esterni.
Inoltre, anche a occhi chiusi possiamo continuare a inseguire pensieri, programmi e preoccupazioni, faticando a trovare un momento di vero recupero.
Decidere di fermarsi e di prendersi del tempo per osservare le cose e i pensieri con distacco è il primo passo per interrompere, anche temporaneamente, un meccanismo che ci tiene costantemente attivati e in allerta.
Con la pratica il raccoglimento può svilupparsi gradualmente, mentre impariamo a riconoscere ciò che richiama la nostra attenzione e il modo in cui vi rispondiamo: possiamo ascoltare un rumore e accorgerci dell’impulso a cercarne la provenienza. Sentire una sensazione e osservare il desiderio di cambiare posizione. Riconoscere che l’attenzione si è spostata, senza trasformare ogni distrazione in un errore.
Il Restorative Yoga come proposta di pratica
Il Restorative Yoga offre condizioni favorevoli a questa esplorazione: il corpo viene sostenuto con cura, le posture sono mantenute senza cercare intensità e gli stimoli ambientali possono essere ridotti.
Il sostegno offerto dai supporti diminuisce il lavoro necessario per rimanere nella posizione lasciando spazio all’osservazione.
L’immobilità diventa così un’occasione per conoscere le nostre abitudini attentive e le nostre modalità di risposta.
Possiamo accorgerci dell’impazienza, del bisogno di controllare il tempo, della tendenza a intervenire sul respiro o del desiderio di ottenere subito una sensazione piacevole. Anche queste esperienze fanno parte della pratica.
Una breve esperienza di riposo sostenuto
Prepara un luogo tranquillo e sufficientemente caldo. Tieni vicino una coperta, un supporto per la testa, due cuscini su cui appoggiare le mani e un bolster o alcune coperte arrotolate da sistemare sotto le ginocchia.
Dedica qualche minuto alla posizione.
Sdraiati sulla schiena, con le ginocchia sostenute dal bolster (o dalle coperte arrotolate), le braccia distese, un po' distanti dai fianchi, coi dorsi delle mani appoggiati comodamente sui cuscini. Sistema il supporto sotto la testa in modo che il collo sia a proprio agio e la testa non cada all'indietro.
Se la posizione supina non è confortevole, puoi scegliere una posizione sul fianco, con sostegni sotto la testa e tra le ginocchia. Per isolarti dalla luce, puoi aiutarti con un foulard o una mascherina.
Prenditi il tempo necessario per sistemarti comodamente: poter modificare la posizione fa parte della pratica.
Una volta trovata la posizione, copriti.
Riconosci i punti di appoggio.
Osserva dove il corpo incontra il pavimento e i supporti. Percepisci il peso della testa, del bacino e delle gambe, lasciando che siano sostenuti per quanto possibile.
Il respiro può mantenere il proprio ritmo. Non occorre renderlo più profondo o più lento.
Osserva ciò che richiama l’attenzione.
Durante la permanenza potresti percepire suoni, sensazioni, pensieri o impulsi a muoverti.
Quando te ne accorgi, prova a riconoscere che cosa sta accadendo. Se ti è utile, ritorna alla sensazione del contatto con i supporti.
Questo riferimento può accompagnarti senza diventare un compito da eseguire continuamente.
Lascia spazio alla scelta.
Se nasce il desiderio di muoverti, puoi prenderti un momento per comprenderlo: serve un aggiustamento? C’è un disagio? Oppure compare l’abitudine a cambiare subito qualcosa?
Non occorre resistere al movimento. In presenza di dolore, formicolio o disagio crescente, modifica la posizione. Anche scegliere di muoversi con consapevolezza è parte dell’esplorazione.
Puoi iniziare con cinque o dieci minuti, oppure con un tempo più breve, secondo le tue esigenze.
Prima di tornare alla quotidianità
Prima di metterti in posizione seduta, muovi gradualmente mani e piedi, ruota su un fianco e aspetta almeno tre respiri.
Una volta sedutə, lascia che lo sguardo torni ad incontrare l’ambiente che ti circonda.
Prima di alzarti, osserva:
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Che cosa ha richiamato più spesso la tua attenzione?
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Come hai risposto al desiderio di muoverti o cambiare qualcosa?
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Ci sono stati momenti in cui hai potuto percepire senza intervenire subito?
La pratica può aver portato quiete, irrequietezza o un’alternanza di entrambe. Ciò che hai osservato offre un punto di partenza per conoscere meglio il tuo modo di stare nell’esperienza.
Pratyāhāra nella vita quotidiana
La stessa qualità di osservazione può accompagnarci anche fuori dal tappetino, ad esempio quando una notifica interrompe ciò che stiamo facendo, quando un rumore ci distrae o quando sentiamo l’urgenza di riempire un momento di attesa.
Possiamo accorgerci di ciò che ci richiama e dell’impulso che ne segue, lasciandoci il tempo di scegliere come rispondere. A volte sarà necessario intervenire; altre volte potremo continuare ciò che stavamo facendo o lasciare che quel momento rimanga libero.
Il raccoglimento può trovare spazio anche qui: nella possibilità di rimanere in relazione con ciò che ci circonda e riconoscere dove portare la nostra attenzione.