Perché oggi è così difficile rilassarsi?

Pubblicato il 3 luglio 2026 alle ore 21:22

Una domanda semplice, ma non banale

स्वविषयासम्प्रयोगे चित्तस्य स्वरूपानुकार इवेन्द्रियाणां प्रत्याहारः
svaviṣayāsamprayoge cittasya svarūpānukāra ivendriyāṇāṃ pratyāhāraḥ

Pratyāhāra è il momento in cui i sensi cessano di essere trascinati dai loro oggetti e seguono il movimento della mente verso l’interiorità.

Patañjali— Yoga Sūtra II.54

Perché oggi è così difficile rilassarsi?

La domanda sembra quasi ingenua. Eppure, se la osserviamo senza fretta, descrive una condizione molto contemporanea.

Molte persone non hanno difficoltà a fermarsi. Hanno difficoltà a non restare attivate mentre si fermano.

Il corpo è fermo, ma la mente continua.
Il respiro è presente, ma irregolare.
Il tempo è libero, ma non pienamente disponibile.

Il rilassamento, in questo senso, non è una capacità automatica. È qualcosa che sembra richiedere una competenza più sottile: la capacità di passare da uno stato di attivazione a uno stato di recupero senza percepire minaccia nel passaggio.

Rilassamento non significa assenza di attività

Nella prospettiva delle neuroscienze contemporanee, il rilassamento non corrisponde a una semplice riduzione dell’attività del sistema nervoso.

Il sistema nervoso non “si spegne”. Si riorganizza.

Il sistema nervoso autonomo regola continuamente il bilanciamento tra attivazione e recupero, attraverso dinamiche complesse che coinvolgono il sistema simpatico e parasimpatico.

L’attivazione è necessaria: permette di agire, rispondere, imparare, adattarsi.

Il problema non è l’attivazione in sé, ma la difficoltà nel ritornare a uno stato di equilibrio dopo uno stimolo.

In molte condizioni di stress cronico, il sistema rimane parzialmente “bloccato” in modalità di vigilanza, anche quando non esiste più una minaccia reale.

Il rlassamento come competenza del sistema nervoso

Da questo punto di vista, il rilassamento non è un evento.

È una capacità fisiologica di regolazione.

Il sistema nervoso sano non è un sistema sempre calmo, ma un sistema flessibile: capace di attivarsi quando serve e di ridurre l’attivazione quando la situazione lo consente.

Questa flessibilità è oggi uno dei concetti centrali nella ricerca sullo stress e viene spesso descritta attraverso il modello del carico allostatico: il costo biologico che deriva dall’adattamento continuo a richieste ambientali persistenti.

Quando il carico allostatico aumenta, la capacità di recupero tende a ridursi.

E quando il recupero diventa meno accessibile, anche il rilassamento perde spontaneità.

Pratyāhāra: il "ritiro dei sensi"

Tradizionalmente viene tradotto come "ritiro dei sensi", ma questa espressione può risultare fuorviante.

Nello Yoga Sūtra II.54 Patañjali descrive il percorso dell’Aṣṭāṅga Yoga come un processo progressivo di interiorizzazione dell’esperienza.

Dopo il lavoro sul corpo (āsana) e sul respiro (prāṇāyāma), emerge pratyāhāra.

Spesso tradotto come “ritiro dei sensi”, pratyāhāra non indica una sottrazione dal mondo, ma un cambiamento nella direzione dell’attenzione.

I sensi non smettono di funzionare: semplicemente, non vengono più completamente trascinati dagli stimoli esterni.

È una transizione sottile: dall’essere continuamente “catturati” dall’esterno, al diventare capaci di sostare nell’esperienza interna.

In questa prospettiva, pratyāhāra non è isolamento, ma riduzione della reattività automatica agli stimoli esterni.

Quando l’attenzione smette di essere dispersa

Se osserviamo attentamente la nostra esperienza quotidiana, gran parte della fatica mentale non deriva dagli stimoli in sé, ma dalla loro continuità e frammentazione.

Notifiche, richieste, pensieri, transizioni rapide tra compiti: tutto contribuisce a mantenere un’attenzione costantemente interrotta.

In questo stato, il sistema nervoso tende a rimanere in una forma di “prontezza” continua.

Pratyāhāra, invece, descrive la possibilità di invertire questa direzione.

Non eliminare gli stimoli, ma non essere costantemente determinati da essi.

Una soglia verso le pratiche interiori

Nella tradizione yogica, pratyāhāra rappresenta una soglia.

Non è ancora meditazione, ma non è più dispersione.

È uno spazio intermedio in cui l’esperienza inizia a diventare meno reattiva e più osservata.

Da qui emergono dhāraṇā (concentrazione), dhyāna (meditazione) e, nel loro insieme, samyama.

Ma ciò che precede queste qualità non è uno sforzo maggiore, ma una diversa relazione con ciò che accade.

Il Restorative Yoga come pratica di pratyāhāra

Il Restorative Yoga non è una pratica fisica, né una tecnica di concentrazione: non richiede sforzo mentale né controllo dell’attenzione.

E proprio per questo può diventare una pratica particolarmente favorevole all’esperienza di pratyāhāra.

Le condizioni sono semplici:

  • il corpo è completamente sostenuto e le posizioni che assume durante la pratica diventano davvero stabili e confortevoli
  • il movimento è ridotto al minimo
  • il respiro non viene forzato
  • il tempo si dilata
  • gli stimoli esterni si riducono

In questo spazio, l’attenzione non viene più costantemente catturata dall'esterno e può iniziare a riorientarsi spontaneamente verso l’interno.

Non come tecnica, ma come conseguenza, perché il rilassamento non è qualcosa che possiamo imporre al nostro organismo, ma è qualcosa che emerge quando smettiamo di ostacolarlo.

La sicurezza precede il rilassamento

Che cosa accade nel sistema nervoso quando questo spazio si apre e perché il rilassamento non è un punto di arrivo, ma una competenza che si sviluppa nel tempo?

Se osserviamo questo processo dal punto di vista del sistema nervoso, possiamo notare una convergenza interessante.

Il passaggio da uno stato di attivazione a uno stato di recupero non avviene attraverso il controllo diretto, ma attraverso condizioni di sicurezza.

Quando il sistema nervoso non interpreta più l’ambiente come minaccioso, può progressivamente ridurre la vigilanza e aumentare la capacità di recupero.

Non si tratta di “spegnere” qualcosa, ma di permettere una transizione.

Il rilassamento non implica la disattivazione del sistema nervoso, ma piuttosto la possibilità di liberarlo da uno stato di vigilanza superfluo.

In questa nuova condizione, l'attenzione può stabilizzarsi gradualmente sulle sensazioni interiori, facilitando così la transizione da uno stato di attivazione a uno stato di recupero.

Lo yoga, attraverso pratiche di pratyāhāra, come il Restorative Yoga, ci invita proprio a questo: creare le condizioni affinché il corpo possa ritrovare una modalità di funzionamento più spontanea, più flessibile e più ricettiva.

Questa condizione non è ancora meditazione, ma è lo stato che la rende possibile.